bitubi-gift-bag

Una pessima foto dell’ottima gift bag per i partecipanti all’evento.

Sono tornato da un’ora dalla prima conference organizzata per creare un contatto tra editori e negozianti, organizzata da Bao Publishing, Saldapress e Kleiner Flug e ho deciso di fermare su carta virtuale alcune delle impressioni e dei ricordi della giornata.

Non voglio soffermarmi su quello che è stato l’argomento centrale della giornata perché quello è un’aspetto troppo tecnico che mal si addice ad un articolo di blog di tarda serata; trovo invece molto utile riflettere su un’idea, forse banale ma certo nuova per il settore.

Ora che cerco di rielaborare la fantastica esperienza di oggi mi rendo veramente conto di come sia stata una “prima volta” di grande importanza: vivo fumetto da tre decenni e ho incarnato moltissime figure, dal lettore, al commesso di fumetteria, al gestore di negozi, al distributore e ovviamente in ognuna di questi ruoli ho intavolato discussioni sul mondo del fumetto, ma oggi qualcosa di inusuale e di nuovo mi ha colpito.

Le discussioni negli anni sono cambiate, ma la loro struttura fondamentalmente no e direi che posso riassumerle in due tipologie. La prima è quella che coinvolge chiunque abbia mai aperto un giornaletto in vita sua. “Questo è bello, questo è brutto, quella storia non doveva finire così, a me Rob Liefeld fa schifo.” Siamo appassionati, siamo lettori, amiamo le storie, di quelle discutiamo e in fondo non è così importante se il nostro fumetto preferito ha dei dati di vendita che paiono quelli della Fiat Duna, noi lo vorremmo vedere trattato con maggior rispetto, maggior impegno.

La seconda, che si svolge quasi esclusivamente tra editori, distributori e grossisti credo si possa riassumere così: “L’anno scorso hai fatturato X, quest’anno devi fatturare Y, noi ti offriamo lo sconto Z. Comunque Rob Liefeld fa schifo.”

Nel primo caso conta solo la passione, gli argomenti ricorrenti sono l’assurdità delle scelte degli editori che chiudono serie bellissime, che ovviamente devono vendere miliardi di copie, perché piacciono a noi, così come l’incapacità da parte dei traduttori di capire che Guinea Pig non sia un maiale allevato in Guinea. (Parecchi punti nerd a chi riconosce la citazione)

Nel secondo caso la passione non c’entra nulla, c’è un budget da raggiungere con il determinato prodotto, la determinata serie o la casa editrice prescelta. Come raggiungerlo? Attraverso piani di marketing a volte buoni altre volte nulli, ma in ogni caso mai legati al valore delle opere in discussione.

Oggi, per la prima volta, abbiamo parlato di vendere dei prodotti perché sono bellissimi. La vendita è l’obiettivo, ma la qualità è la motivazione.

Il mondo del fumetto si è sempre vergognato della passione del fumetto stesso da parte degli operatori. Persone serissime spiegano come possano lavorare bene vendendo fumetti nonostante non li conoscano, anzi praticamente non ne abbiano mai letto uno. Spesso non è nemmeno colpa loro, è l’inevitabile contrappasso di un mondo in cui ci sono operatori che rifiutano di vendere dei best-seller perché non aderenti ai loro gusti o tengano comportamenti da fanboy.  Questo contrappasso, come tutti i comportamenti di reazione, ha fatto il suo tempo. In quello che è forse il momento storico più frizzante nel settore per varietà e qualità delle proposte, possiamo finalmente cominciare a riconsiderare il corso delle nostre azioni ripartendo da zero.

Abbracciamo la nostra passione e usiamola per fare ottimo business. Perché quando hai tra le mani dei prodotti fantastici, fare business significa far giungere quei prodotti a più persone possibile.

I compagni di viaggio ci sono, la direzione pure, è tempo di muoversi!